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giovedì 28 novembre 2013


Ora che le porte sono aperte,
che rimangono a sbattere al movimento del vento,
che si intrufola nelle stanze vuote dai segreti,
l'inferno mantiene la sua ultima porta serrata.
Non è la bontà a riscattare l'uomo,
è il delitto,
il peccato.

Si pensa che con amore,baci e abbracci si possa risolvere qualcosa.
Sono solo chiacchiere.
Questa è e rimane solo la superficie.
In quanti la accettano?
In quanti vogliono andare a fondo?
Molti si accontentano di questi segni convenzionali
che si possono scambiare senza pericolo,
del loro assaggio
e poi rimangono assetati per tutta la vita.

E ci chiediamo se esiste l'appagamento,
la risposta che potrebbe dare senso a questa sofferenza.
C'è chi non si ferma alla superficie
e va più a fondo,
condividendo i propri sogni,
i propri pensieri,
cercando di fondere la propria anima,
di fare discutere i propri corpi di tutto ciò che è possibile,

E si cerca il senso di sguardi,
delle parole,
del contatto dei corpi,
del desiderio ardente,
delle risposte alle domande che i corpi si fanno.
Si percepiscono
e si inseguono odori,
sapori,
labbra piene di nettare,
pieghe colme di miele,
muscoli che svettano nel piacere.
Che strani i movimenti dell'amore.
Se si osservassero da fuori,
quel mordersi,
abbrancarsi,
afferrarsi per il collo,
graffiarsi,
battere i pugni sulla porta chiusa,
frugare in un corpo estraneo,
non darebbero altro che un'immagine di collera,
una punizione,
una resa dei conti.
E lo chiamiamo amore,
figurarsi se fossimo arrabbiati.
E si ripetono queste scene
che fanno rimanere tutto in superfice,
rimane la sete,
rimane la fame,
che ci illudiamo mano nella mano,
di condurla a casa,
tra i muri famigliari,
dove pensiamo di godere delle gocce del nettare della felicità.
Eppure l'appagamento,
rimane un quesito,
una domanda sospesa,
a cui nonostante la ricerca
non sappiamo dare risposta.
E perpetuiamo la fame di ciò nella consuetudine di gesti,
che piano piano perdono spessore,
consistenza.
I ti amo gettati nel vento,
come una vela spiegata per forza,
anche se la nave rimane ancorata al porto.
E nasce la voglia di recidere,
quelle funi che si stendono dal ponte al molo,
di spegnere il fuoco che brucia lo stomaco
con bitte,
quasi fosse un sacrificio di se stessi,
per un momento di pace.
E gli sguardi che prima brillavano si spengono
in una luce di maschera dagli occhi spenti
e viva rimane solo nel suo fuoco perpetuo,
la domanda,
se l'appagamento è possibile,
non quello di un istante che crolla nel piacere della carne,
nella carezza dell'anima,
ma qualcosa di bastante,
che riempa come il vento di una tempesta,
come la caduta d'acqua di una cascata,
come un piccolo punto
in cui tutto è compreso e non compresso.


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